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Presentato il Rapporto ISPRA sul consumo di suolo nel 2017, i dati dell’Abruzzo

Dal WWF Abruzzo riceviamo e pubblichiamo:

Martedì scorso è stato presentato presso la Camera dei Deputati il Rapporto 2018 ISPRA-SNPA sul “Consumo di Suolo in Italia 2018”. I dati illustrati mostrano chiaramente la difficoltà di invertire un processo, il consumo di suolo, riconosciuto come una delle principali minacce per il nostro benessere. È sempre più urgente mettere a punto dispositivi di controllo e governo delle dinamiche in atto anche in considerazione dell’obietto posto dalla Comunità Europea che prevede l’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050. Un discorso che vale a livello nazionale così come a livello regionale. L’Abruzzo infatti, purtroppo, non fa eccezione nel trend negativo italiana: oltre un terzo della fascia costiera risulta cementificata ed è pesante anche l’occupazione delle aree collinari (21,7%).
“In Italia costruiamo ogni due ore un’intera Piazza Navona”. È questa la suggestiva immagine utilizzata dagli esperti dell’ISPRA nel corso della presentazione del Rapporto per rendere l’idea della velocità, pari a 2 metri quadri al secondo, con la quale abbiamo letteralmente divorato il nostro territorio nell’ultimo anno. Per il 2017 è stata stimata complessivamente una perdita di suolo naturale pari a 52 km2, dato calcolato in termini di “bilancio netto”, considerando cioè anche alcune trasformazioni da suolo occupato a suolo recuperato (in genere ripristino di cantieri).
In questo quadro generale l’Abruzzo, “regione verde d’Europa”, non si differenzia molto dal resto della penisola, con 549 Kmq complessivamente artificializzati (pari al 5,08% della superficie regionale) e un incremento annuo del 0,22% (dato nazionale: 0,23%).
Il litorale risulta la zona più depauperata (vedi figura): considerando la fascia di territorio compresa entro i 300 metri dalla linea di costa, l’Abruzzo si colloca tra le regioni con i valori più alti (36,6%) al pari di Emilia Romagna e Lazio (tutte con percentuali di suolo consumato comprese tra il 30 e il 40%) e meno peggio solo di Liguria e Marche che raggiungono quasi il 50%. A fronte di questi dati desolanti appare ben evidente quanto sia importante, per la conservazione dei pochi tratti litoranei ancora liberi, il ruolo giocato dalle aree protette costiere e dai Siti Natura 2000 che propongono un modello di sviluppo alternativo e sostenibile.
In collina l’Abruzzo sta ancora peggio: guida infatti in negativo la classifica nazionale dei territori occupati con una percentuale che arriva al 21,7%. Non si salvano neppure i parchi naturali, particolarmente nelle aree colpite dal recente sisma: su circa 84 ettari (+0,11%) consumati a scala nazionale tra il 2016 e il 2017 all’interno di aree protette, i maggiori cambiamenti dovuti al consumo di suolo sarebbero infatti avvenuti nel Parco nazionale dei Monti Sibillini (oltre 24 ettari) e nel Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga (10 ettari). Come a dire che il terremoto ha come effetto collaterale nefasto anche gli eccessi nella successiva fase di ricostruzione che, dati alla mano, non si limita a sanare e a mettere in sicurezza quel che c’era ma propone nuovo cemento, il più delle volte inutile e snaturante per i territori,
Ma quali sono le ripercussioni del consumo di suolo?
Sebbene l’espansione urbana e l’infrastrutturazione siano tuttora erroneamente considerate come parametri di benessere, il Rapporto ISPRA sottolinea come esse provochino invece una pesante alterazione di servizi ecosistemici importanti, quali la regolazione climatica o idrologica con un costo notevole anche in termini economici: circa 1 miliardo di euro se si prendono in considerazione solo i danni provocati, nell’immediato, dalla perdita della capacità di stoccaggio del carbonio e di produzione agricola e legnose degli ultimi 5 anni. La cifra aumenta, se si mettono nel conto i costi di circa 2 miliardi all’anno, causati dalla carenza dei flussi annuali dei servizi ecosistemi che il suolo naturale non potrà più garantire in futuro (tra i quali regolazione del ciclo idrologico, dei nutrienti, del microclima, miglioramento della qualità dell’aria, riduzione dell’erosione).
Tali conseguenze sono ben note, tanto che la Comunità Europea impone come obiettivo l’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050. Obiettivi intermedi di sostenibilità sono riportati invece nell’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite che si propone di migliorare entro il 2030 l’attuale modello di sviluppo urbano e di incrementare e assicurare l’accessibilità a spazi verdi e di relazione. In Italia, nell’attesa che il disegno di legge del 2012 sul Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato diventi legge, si demanda la tutela a provvedimenti regionali.
In tal senso l’Abruzzo si è dotato, circa un anno fa, della LR n. 40/2017 sul recupero del patrimonio edilizio esistente finalizzato anche al contenimento dell’uso del suolo. Tuttavia gli strumenti a supporto di un incisiva riduzione del consumo sono ancora pochi e poco incisivi e i problemi locali, come ad esempio la redazione del Piano Paesaggistico Regionale ferma al palo da ben 14 anni (!), si sommano a difficoltà più generali, comuni alla quasi totalità della penisola, che non consentono di fissare dei limiti quantitativi alle trasformazioni territoriali né di esercitare un controllo efficace sui meccanismi, strumenti urbanistici in primis, che le determinano.
Come evidenziato nel Report WWF del 2017 “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori” sarà necessario nell’immediato futuro mettere a punto strumenti innovativi che, superando lo stesso concetto di “consumo di suolo zero”, propongano un “bilancio zero del consumo di suolo”, attraverso dispositivi di controllo e governo delle dinamiche in atto che facciano leva di volta in volta su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzioni.

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